Il Percorso Creativo del Simbolo

UN PERCORSO DI RICERCA E CONFRONTO PER LA COSTRUZIONE DI UN SIMBOLO IN FORMA SIGNIFICANTE PER “CEREALIA”.

Ringraziamo Francesca Staccioli e Riccardo Campagna per la creazione della splendida immagine simbolo della manifestazione Cerealia. Ringraziamo anche Claudio Franchi che, grazie alla collaborazione con l’associazione “Incontri Eventi”, ha accettato il nostro invito ad avviare un percorso di ricerca e confronto per reinventare, attraverso il suo linguaggio artistico, il simbolo di Cerealia nella prospettiva di realizzare per le edizioni future del festival, oggetti d’arte in serie limitata e l’opera d’arte per quello che ci auguriamo sarà il simbolo del futuro Premio Cerealia(Paola Sarcina e Letizia Staccioli – Ideatrici e curatrici della manifestazione Cerealia – 9 giugno 2011)

I pinakes sono antichi ex-voto, quadretti in terracotta decorati con scene a rilievo che illustrano aspetti dei miti e dei culti dedicati alla Natura ed ai suoi cicli eterni di nascita e ri-nascita. Da un pinax siamo partiti appunto per creare il simbolo di Cerealia, isolando il particolare significativo della mano della dea Cerere, recante nel palmo un piccolo fascio di spighe. La spiga, gravida di chicchi, è il grano maturo, destinato ad essere reciso, raccolto, immagazzinato. Cerere ha donato agli uomini i cereali, è con lei che è nata l’agricoltura. Fa da sfondo alla mano con le spighe un mosaico, dove le parti apparentemente “scrostate” e prive delle tesserine, altro non sono se non il profilo del Mediterraneo (evidenziato in azzurro) e delle coste dei Paesi da esso bagnati. Il grano è esaltato da un colore dorato che spicca in particolare sull’azzurro del mare ed una cornice rosso pompeiano racchiude il tutto in un ideale pinax che celebra la Festa dei Cereali, dedicata a Cerere e al Mediterraneo. (Francesca Staccioli e Riccardo Campagna – Costumista /Costumista e scenografo – Roma 15 gennaio 2011)

A seguito dell’incontro con gli ideatori della composizione figurativa rappresentante l’evento di Cerealia, ho accolto volentieri l’invito a cimentarsi in un percorso di sviluppo del tema elaborato da Francesca Staccioli e Riccardo Campagna, con il fine di evolvere i significati simbolici e di contenuto della manifestazione, facendo leva sulla necessità di arricchire i valori significanti del simbolo di Cerealia. La costruzione di un simbolo, come quello oggetto della nostra attenzione, è la conseguenza di un processo mentale che sintetizza il valore del mito come elemento di comunicazione affidato all’immagine, in grado di rappresentare elementi di modernità e di messaggio attuali e percorribili. Così mi sono posto l’obiettivo di dialogare con gli ideatori del simbolo, per poi procedere ad una evoluzione plastica dello stesso, che non rinunciasse all’origine del segno, che anzi, citandolo, ne esaltasse il valore di archetipo. La prima elaborazione presenta un frammento di narrazione figurativa che si concentra sulla mano e sul panneggio. La mano è il centro della rappresentazione: il palmo della mano ha memoria tenace, conserva il ricordo del mito nel rapporto con le spighe di grano, seppure non ancora presenti nel modellato; evidenzia inoltre il valore di una manualità colta non ancora dissolta nonostante l’incuria di una modernità tutta spostata su forme sempre più diffuse di isterismo tecnologico. La mano rappresenta la speranza di una civiltà alternativa all’industrializzazione forzata del pianeta, la capacità dell’uomo di conferire bellezza alla materia attraverso una gestualità meditata e lenta. Il panneggio rinvia alla veste indossata dai filosofi o dai fini dicitori della retorica dell’antico, quando solevano esprimersi di fronte al pubblico di astanti convenuti per l’occasione. Il panneggio quindi nobilita la mano come segno di cultura di eccellenza. Così la futura rappresentazione del simbolo, in forma tridimensionale,  non sente l’esigenza di mostrarsi definita nella comunicazione del progetto Cerealia, piuttosto nel suo esprimersi in frammento dichiara la necessità di un tempo graduale di sedimentazione, quello che dal pensiero può tradursi nella forma significante e che non può essere accelerato dall’inconsistente velocità dei nostri tempi. Il frammento plastico che ho inteso modellare annuncia esiti futuri del percorso di Cerealia, prefigurando che i percorsi dell’eccellenza e del pensiero elevato si evolvono con meditata lentezza, poiché la costruzione del bello è elaborazione sapiente da assaporare come un distillato che dispensa il nettare della propria essenza con graduale rilascio. Questo percorso vuole essere metafora del lavoro di una manualità elargita nei gesti e nei pensieri, vuole essere il recupero del vissuto antropologico dell’uomo che nella velocità del nostro tempo rischia di perdere il sapore dello scorrere meditato della propria esistenza; vuole essere il recupero di una storia nobile ancora in grado di percepire gli insegnamenti degli antichi maestri e dare un senso alla loro vissuta esistenza; vuole essere la rinascita consapevole del valore dell’opera dell’uomo attraverso il rapporto diretto con la materia, il culto di una artigianalità che va ricondotto nel fluire della storia come esperienza irripetibile e incancellabile delle attività umane. Manualità e mito vivono quindi in questo frammento di immagine e altresì si evidenziano nel rapporto stretto tra l’opera grafica di Riccardo e Francesca e il frammento di un’opera ancora in fieri, come se fossero i caratteri inscindibili di un linguaggio del tempo cui non possiamo rinunciare. Ora questo frammento di rappresentazione anticipa esiti futuri, il suo divenire opera potenziale, il proprio evolversi nella forma del messaggio che aspira a durare nel tempo e raccontare se stesso, come lo stesso significato del mito è trasversale al tempo dell’uomo. Allora l’opera del valente artigiano, sia nell’idea grafica sia in quella plastica, riveleranno la speranza di un futuro affidato al senso del “fare” non scisso da quello del “pensare”, unico mondo possibile per esprimere la poesia del mito, quale chiave per capire i grandi problemi del nostro tempo e restituire ordine e significato alle azioni dell’uomo artigiano. Solo in questo modo un artefatto come quello in costruzione potrà divenire opera e messaggio concreto dei contenuti e dei valori che la forma si propone di rappresentare, superando la logica del consunto logo, del “gadget” vuoto e privo di senso, dell’ornamento superficiale ed effimero. Soltanto con la valorizzazione del percorso dell’esperienza e della dichiarata volontà degli autori, di evidenziarne gli aspetti formali e simbolici, l’opera potrà dirsi espressione alta dell’eccellenza cui fa riferimento. Mito e bellezza potranno a quel punto ritrovare la propria origine e restituirla come felice approdo di un’arte che non può rinunciare al racconto da costruire con la mano sapiente.  (Claudio Franchi – Artigiano e storico dell’arte – Roma 2 giugno 2011)